Borsa Mediterranea turismo archeologico, Calabria e Vibonese protagoniste a Paestum

Gli esperti hanno illustrato le riccehzze archeologiche e le potenzialità attrattive presenti sul territorio, da valorizzare nell’era post-Covid

I tesori archeologici calabresi sono stati protagonisti, oggi, alla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico, a Paestum. Nella prima delle quattro giornate si è parlato del Parco di Sibari e delle aree di Terina e Taureana. L’evento è stato coordinato da Mariangela Preta, archeologa e direttrice del Polo Museale di Soriano Calabro, la quale, ha aperto il convegno l’assessore regionale Fausto Orsomarso: “Quella presente qui – ha esordito Orsomarso – è una grande squadra con la quale faremo grandi cose in Calabria nel post Covid. Crediamo che il Mezzogiorno possa fare la differenza”.

Successivamente è stata la volta di Salvatore Patamia, segretario regionale del Mic, che ha dato atto alla Regione di finanziare “gran parte dei nostri interventi di promozione. E questi rapporti di collaborazione devono continuare; da un lato Regione deve programmare, ma occorre che dopo si passi all’azione perché siamo una terra ricca di beni archeologici”.
“Siamo nella fase di attuazione – ha aggiunto – di vari programmi e in sede di servizi stiamo attuando tre importanti progetti dedicati ai grandi attrattori che si calano nella realtà della Bmta: in primis i depositi digitali, dove il nostro intento è di far conoscere i beni custoditi ma fuori dall’usufrutto degli utenti; andremo a selezionare i più importanti e faremo scannerizzazioni in 3D dando la possibilità a tutti di ammirarli. Il secondo è rivolto al visitatore con la creazione di una piattaforma che prevede vari servizi: un’App, la geolocalizzazione e la georeferenziazione, di cui si sta occupando la direzione regionale musei”. Patamia ha poi parlato dei rischi ai quali sono soggetti i beni archeologici: rischi vandalici, di furto, di incendi, sismico e “quindi ci stiamo dotando di una piattaforma con monitoraggio satellitare”. Infine la chiosa: “Non capisco perché abbiano staccato il turismo dei beni culturali, ciò nonostante ci muoviamo lo stesso perché se riusciamo a valorizzarli attraiamo visitatori che non per forza deve essere straniero, ma anche locale”.

È stata poi la volta di Filippo Demma, direttore del Parco di Sibari e ad interim direttore dei musei della Calabria Mic, che parlando di “Sibari in progress” si è concentrato sui tre luoghi della cultura che caratterizzano il parco: il museo archeologico, l’area archeologica e il museo di Amendolara. Si è poi soffermato sulla necessità di “preservare il sito dal rischio inondazioni, a causa della presenza di una falda acquifera sotterranea che ci tiene impegnati ogni giorno; è vero che ci sono pompe idrovore ma sono risalenti al ’70 e consumano circa 100euro di energia elettrica annui. Stiamo quindi approntando il piano di mitigazione del rischio idrogeologico, dopo esserci accorti che è stata svuotata la falda che ha finito col creare avvallamenti nella zona. Scavare a Sibari è complicato e costoso ma grazie al Pnrr siamo riusciti a realizzazione un “master plan” per risolvere il rischio idrogeologico e dare la possibilità di proseguire nelle attività di ricerca aprendo alle università. Altro problema è della disarticolazione dei contesti vista la distanza tra le varie aree, e ancora stiamo cercando di trovare una soluzione contro il fenomeno della criminalità ma la presenza della Ss 106, che la costeggia per larghi tratti il parco, non agevola così l’assenza ed inadeguatezza dei sistemi di protezione e vigilanza. Pertanto procederemo a porre rimedio con impianti di videosorveglianza ma anche informatica”. L’ultima criticità attiene all’assenza di archivi informatizzati e satellitari.

Su tutti questi punti, Demma ha evidenziato che la direzione si sta adoperando per rendere migliore il servizio, puntando anche sulle collaborazioni e di un consorzio con poli universitari con la selezione di “figure professionali che si stanno affacciando adesso alla professione di ricercatore, in base alle esigenze del parco che contiene un totale di 400mila oggetti di varie forme e dimensioni anche se circa un terzo non risulta classificabile o sono provenienti dal territorio meridionale della provincia di Cosenza o ancora appartenente ad altri istituti. Il nostro progetto è, quindi, digitalizzare tutto. Inoltre, dopo l’alluvione del 2013 fu risistemato il museo e furono costruiti depositi che attrezzeremo e renderemo fruibili”.

A seguire l’archeologa e docente di archeologia classica all’Unical, Stefania Mancuso, che, in primis, ha evidenziato come la “Regione abbia avuto negli ultimi anni maggiore spazio alla Bmta, caratterizzando così la propria presenza”. Si è, quindi soffermata sulla ripresa della ricerca su due siti (Terina nella piana Lametina e Taureana nel Reggino) e sulla necessità di farlo in un’ottica di ricaduta positiva sui territori. Ha quindi ricordato le origini delle attività di ricerca e scavo nelle due aree archeologiche e le difficoltà iniziali dovute alla mancanza di finanziamenti. “Nel 2016 è stata sospesa la campagna di scavo a Terina a causa di una politica che non ha saputo cogliere l’importanza del sito che ad oggi, infatti, è ancora chiuso. Per fortuna ora c’è l’intenzione di riaprirlo, ma bisogna che ci sia l’intenzione che ci si ponga il problema della gestione del sito.
Su Taureana nel territorio di Palmi, definito “un vero gioiello”, la Mancuso ha ricordato come nel 2010 sia stato “portato alla luce un edificio per spettacoli che ha fatto partire la ricerca”. Parlando di fruizione dei siti, la Mancuso ha ricordato che a Palmi “il piano strategico ha previsto 2 milioni di euro che verranno spesi per lotti funzionali per garantire una completa ricerca e una acquisizione delle conoscenze che possano consentire, in un secondo lotto, una reale progettazione che porti alla realizzazione di un luogo in cui svolgere spettacoli”.
Protagonista anche il parco archeologico tra Vibo Marina e Portosalvo, in cui insistono l’approdo sommerso di Trainiti e il Castello di Bivona (nato in epoca normanna e ingrandito nel 1400, e posto a protezione del porto, distrutto dal terremoto del 1783).

“Un sito che sta facendo emergere nuovi reperti come la struttura di periodo ellenistico scoperta recentemente, e se la Sovrintendenza ha erogato dei fondi, il Comune di Vibo ha stipulato collaborazioni con associazioni del luogo per le attività di pulizia nell’area in cui vengono svolte diverse attività”, ha commentato Preta, evidenziando l’intenzione, di concerto col sovrintendente di Cosenza, Reggio e Vibo, Fabrizio Sudano, di trasformarlo in un luogo di eventi per farlo vivere. E quest’ultimo ha infine focalizzato il proprio intervento su sapere dove e cosa scavare per valorizzare: “Bisogna avere il coraggio di fare delle scelte, a volte anche impopolari, ma è un errore grave pensare che chi scava lascia un buco; si fa invece ricerca ed esso è finalizzato alla valorizzazione perché altrimenti sarebbe fine a se stesso”. Sudano ha poi parlato dell’esperienza del parco archeologico del Còfino, con le attività iniziate da Paolo Orsi nel 1921, e riprese dallo stesso Sudano nel 2015. Ha quindi fatto riferimento all’erogazione, prevista, di 2 milioni di euro che potranno dare una svolta decisiva. “Le nostre attività hanno riportato alla luce il tempio del Còfino sulla scorta delle planimetrie di Orsi che l’aveva fatto ricoprire per paura che venisse danneggiato ma che noi abbiamo coperto con delle pagode; e allargato l’area e riscoprendo altri reperti. Così abbiamo restituito alla comunità un parco archeologico di grande importanza”. Riferimento, poi, al “parco archeologico di Mileto i cui scavi iniziati nel 2015 sono tuttora in corso. Riprenderemo inoltre il sito di Amendolara e quello di Reggio (in Piazza Garibaldi”) che doveva essere un parcheggio con l’idea di dare una nuova visione della piazza”. Quindi la chiosa: “Bisogna fare in modo che i fondi vengano erogati per far sì che si pensi al nostro passato straordinario come una risorsa”.